Regalarsi il permesso di parlare inglese (anche male)
Per la mia collega ero andata al cinema a vedere Eat. Ho ordinato un bear al pub. Facevo il forecast di Southwark senza saperlo pronunciare. Fortnightly ancora mi confonde.
In italiano sei tutto autorevolezza, precisione e assertività.
Potresti parlare con chiunque, non ti ferma nessuno, potresti vendere, negoziare, parlare di strategia, risorse, numeri, qualunque cosa. Potresti spiegare lo stesso concetto in 10 modi diversi tra metafore, tecnicismi, semplificando e adattandoti alla tua audience.
Poi la conversazione vira verso l’inglese e improvvisamente la tua professionalità sembra sbiadire. Ti ritrovi a tradurre mentalmente, cerchi la parola esatta e intanto perdi ritmo, ironia, impatto.
La voce diventa stridula, oppure trema, e la salivazione si azzera così come la tua capacità di giocare con le parole.
In pratica, non sei più tu.
Se mi è capitato? Cavolacci sì! L’ho visto succedere ad altri? Altroché! E quando l’ho visto succedere, è come se mi fossi guardata allo specchio.
“Hierarchy, bureaucracy, quarterly, fortnightly” ... Oddio, come si pronuncia?
“Ridurre il turnover del 5%, impatto sulla produttività, il cliente chiede un confronto urgente per discutere del preventivo sugli interventi” ... Come si dice?
E più ci pensi e più rimani immobile cercando di scorrere il vocabolario immaginario, ma niente. E cosa si fa?
Corsi, sottotitoli e realtà
Ci sono tanti approcci diversi che si possono tentare. Ci sono quelli che riaprono il libro di grammatica, alcuni che si fanno uscire le serie TV sottotitolate dagli occhi, ognuno fa come crede. C’è un però che ho imparato vivendolo: il mio unico modo vero di fare quel clic è stato provare a parlare, interagendo nel mondo reale. Banale? Forse, ma non lo fanno in tanti. Perché quel senso di vergogna di non essere fluente e di non essere perfetti terrorizza, specialmente se sei abituato a far valere la tua opinione, se sei quello che solitamente ha un impatto decisivo sui processi decisionali.
Dov’è l’interruttore?
La chiamano barriera linguistica e si trova nella tua testa. Io l’interruttore l’ho chiamato permission, cioè il permesso di concedermi di non essere sempre al top.
- Devo parlare perfettamente, altrimenti sembro incompetente.
- Tutti noteranno i miei errori.
- Il mio accento è ridicolo.
Ti suona familiare? Se sì, ottima notizia! Hai già il dito sull’interruttore.
Come si pigia quel bottone?
Non ho la bacchetta magica (magari!), ma posso raccontare cosa ho fatto io: senza metodi, senza guru, ma con, credo, buonsenso e un gran lavoro su di me e sulle mie trappole mentali. Cos'ho fatto?
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Ho cambiato obiettivo. Un inglese semplice, chiaro, con accento alla Gino D’Acampo, batte 30 a 0 un inglese che cerca di complicarsi la vita da solo e che alla fine non si capisce cosa voglio dire. Le persone dall’altra parte si aspettavano un input e più o meno la metà dei miei interlocutori non era madrelingua, quindi avevamo lo stesso problema e lo stesso obiettivo: capirci. E i madrelingua? Per lo più ammiravano che qualcuno potesse saltare da una lingua all’altra.
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Sono partita dal basso. Come per un’aspirante maratoneta, non ti presenti al via della maratona di New York senza una lunga e accurata preparazione. E allora, mi sono detta, iniziamo con un’esposizione a basso rischio: una chiamata breve, uno scambio di messaggi in chat, una chiacchiera con la commessa di un negozio. Poi, piano piano, ho alzato il tiro fino alla domanda in riunione. L’abitudine ha, via via, sconfitto la vergogna.
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Mi sono allenata in solitaria. In auto, in bagno, ovunque fossi sola, ripetevo a voce alta quello che dovevo dire. Suona ridicolo? Non è più ridicolo quando la voce deve uscire per davvero e tu sei già abituato al suono che esce dalla tua bocca.
Ci sono anche strategie complementari, semplici ed efficaci tipo ascoltare e prendere appunti (paginate di appunti!) delle note di apertura di altri per poi riutilizzarle (“Thanks for having me, let me quickly walk you through...”); vedere come scrivono le mail; imparare qualche frase per prendere tempo (“Let me rephrase that”, “What I mean is...”). Mi sono creata un mega-bigino e poi... ho provato! Mi sono buttata con una specie di paracadute perché, a quel punto, sapevo già cosa fare e dire avendo provato tante e tante volte. L’ansia e la vergogna, a un certo punto, si arrendono alla tua perseveranza e all’abitudine consolidata.
Breakfast a Southwark
E gli errori? Ne ho fatti, eccome. Se mi fossi fermata a ogni parola sbagliata non sarei mai partita: parole dette male, dieci prove prima di riuscire a spiegare cosa volessi dire, misunderstandings come se piovessero, anche qualche risata per i classici sheet e beach. Una bella risata anche quando volevo una birra e invece dicevo orso, o quando sono andata al cinema a vedere It e la mia collega capiva Eat. E via a spiegarle “You know, the clown, Stephen King, …” (io lo chiamavo ancora Stefen, non Stiven, e lei non capiva), insomma 10 minuti per spiegare che cosa avevo visto al cinema la sera prima. Tutta vita.
Non ho trovato l’interruttore con un corso o una serie TV. L’ho trovato piuttosto a una colazione di lavoro, dopo aver sbagliato la pronuncia di “Southwark” davanti a quattro persone. Nessuno è svenuto. Un collega mi ha chiesto “Did you mean Southwark?” e io ho semplicemente sorriso e gli ho detto che l’avevo visto scritto molte volte ma non l’avevo mai sentito pronunciare (ancora non mi so spiegare come mai si pronunci così ma va bene).
Ogni volta che ho sbagliato non è successo proprio nulla o, quando è successo qualcosa, io ho imparato e mi sono anche divertita. That’s it.
Ecco, l’interruttore si chiama permission e te la puoi dare solo tu.
E se vuoi una mano a fare clic, prenota una discovery call qui.
Daniela Linda Vent’anni di HR fra Milano e Londra. Ora aiuto i professionisti a trovare l’azienda giusta e le aziende a trovare le persone giuste. Come sono arrivata qui →


