Chiedi e forse ti sarà dato
Faso tuto mi" finché un bel giorno, a Londra, mi si è scaricato il telefono e ho dovuto... chiedere.
Faccio da sola, che faccio prima. Io questa cosa l’ho detta un sacco di volte in una miriade di contesti. Faccio io la spesa, faccio la polvere, faccio io il report, faccio io… Io, io, io, io. Tutto. Perché? Perché faccio prima a farlo che a spiegarlo, perché come lo faccio io, non lo fa nessuno, perché non saprei a chi chiedere. Fatto anche tu?
Abitavo a Londra da pochi giorni, girovagavo alla scoperta di angoli fuori dalle rotte turistiche. Uno di quei giorni, la batteria del telefono mi abbandona, niente più CityMapper, Google Maps, niente, tutto analogico e il cab non potevo prenderlo perché non volevo bruciare il budget della settimana. Cammino, che ci vorrà a trovare la strada? Pieno di cartine e mappe dappertutto a Londra. Well, yes, finché rimani nella zona 1! Poi si diradano fino quasi a scomparire. “Mi tocca chiedere” La prima persona che ho fermato, non si è fermata. La seconda è stata gentile ma io non ho capito niente di niente perché parlava Cockney. Con la terza, un po’ a gesti un po’ a parole, ho capito da che parte dovevo andare.
Ho chiesto!
Mi sono sentita soddisfatta di me! You ask you get (ok, a volte, con variabili). Comunque il punto è che ho chiesto e sono stata aiutata. Non ho dovuto fare da sola o meglio, ho continuato a camminare da sola ma felice perché nonostante avessi chiesto, non è caduto il mondo, anzi, ho fatto più in fretta. Mi dirai… "Ma che? Non avevi mai chiesto niente a nessuno prima?" Poco, nella vita adulta. Ho chiesto troppo poco, mi sono fidata pochissimo, mi sono stracaricata di fatica, in tutto. Qualunque aspetto della mia vita adulta, privato e professionale. Ho voluto cavarmela da sola e ho pagato. Il prezzo è stato l’affanno di quando rincorri il bus alle 7.01 di ogni santa mattina. Chiamala testardaggine, orgoglio, rivalsa sociale, chiamala come ti pare ma io la chiamo tempo ed energie che potevo spendere altrove.
La ricerca di lavoro a Londra rischiava di diventare un’altra delle mie avventure sotto sforzo, con il cuore a mille e il telefono scarico. Proprio a Londra, finalmente, non stavo più scappando ma mi stavo avvicinando a quello che volevo. Quale situazione migliore per rompere il loop del faso tuto mi?
CHI SONO IO PER CHIEDERE AIUTO A UNO SCONOSCIUTO?
L’idea di disturbare mi faceva salire l’ansia così come chiedere consiglio, cercare sostegno.
Ecco, l’idea di approcciare qualcuno sentendomi di impiccio ce l’ho ancora un pochettino, infatti tendo comunque ad arrangiarmi se posso. Ma la ricerca di lavoro in una città sconosciuta in una lingua semi sconosciuta FORSE necessitava di qualche spinta (che dici?).
Eh già, mandavo CV, scrivevo lettere di presentazione che correggevo cento volte (no, non c’era l’AI), passavo ore a cercare offerte online, da sola, nella mia stanza, con la mappa della città mentale ancora tutta da disegnare. Ah, zone 2, bene… ah no, aspetta, ci vogliono due ore! Sai qual è la parte più subdola di quella voglia di fare tutto da sola? Che non te ne accorgi finché non c'è un attimo di tregua (breve e rara, per definizione). Quando ci sei dentro, ti sembra normale però quando qualcuno, per un secondo, allevia quella pesantezza, ti rendi conto che può essere più facile. A me è successo così.
E allora ho dato il via libera all’altra me.
Quella allegra, chiacchierona e il mio inglese stentato migliorava perché io mi buttavo di più dentro alle conversazioni. Un giorno ho incontrato una persona, abbiamo fatto due chiacchiere, niente di programmato… non voglio dire un giorno per caso perché io non vedevo l’ora che qualcosa succedesse!
"Da me cercano, ti interessa?" Così. Semplice, senza algoritmo.
Mi ricordo di essermi bloccata un secondo ("what?!"), non per il lavoro in sé ma proprio per il fatto che fosse arrivato così, senza che io avessi fatto tutto, da sola. “Ti interessa?” ha rotto il loop. Chiedendo, parlando, è sbucata un’opportunità che forse avrei scovato ricercando dappertutto con una frustrazione enorme. Fino a quel momento ho creduto che fare tutto da sola fosse veramente la mia rivalsa sociale: guarda quanto reggo, guarda quanto ce la faccio, da sola, sempre.
Quindi era più un “come voglio che gli altri mi vedano”.
E invece quel "ti interessa?" mi ha fatto venire un dubbio scomodo: e se reggere tutto da sola non fosse voglia di rivalsa, ma solo un modo più faticoso di arrivare allo stesso posto? Se arrivassi allo stesso punto concentrandomi su quello che voglio davvero ottenere? Se arrivassi al punto senza dover rincorrere il bus delle 7.01? Ohibò, cosa penseranno di me se arrivo senza il fiatone? Oh, Londra mi ha aiutato a fare lo switch perché non mi conosceva nessuno (letteralmente). Poi, sì, il colloquio l'ho fatto io. La sfida era comunque mia, nessuno l'ha affrontata al posto mio. Ma la porta l'aveva aperta qualcun altro, e io, invece di bussare da sola per ore a sgolarmi, sono entrata. Easy peasy.
Da lì in poi ho iniziato a notare quante porte si aprono senza strategie di marketing, senza piani da KGB vs MI5… solo due chiacchiere fatte senza un secondo fine.
E ho iniziato a restituire la stessa cosa ad altri.
Un "ti interessa?" buttato lì, una porta tenuta aperta un secondo in più. Senza magie, quella cosa di dover reggere tutto da sola si è sbiadita, un po' alla volta mentre scoprivo che chiedere non mi toglie niente. Anzi.
C'è stato un momento in cui una mano tesa o una parola hanno interrotto quella sensazione di dover dimostrare sempre e per forza di farcela da solo, da sola?
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Daniela Linda Vent’anni di HR fra Milano e Londra. Ora aiuto i professionisti a trovare l’azienda giusta e le aziende a trovare le persone giuste. Come sono arrivata qui →


