L'italiano al tavolo: da svantaggio a superpotere
Per anni ho pensato che il mio accento fosse una tassa da pagare. Ci ho messo un po' a capire che stavo pagando una tassa che nessuno mi aveva chiesto.
C'è un momento preciso, nelle riunioni a Londra, che ho imparato a riconoscere.
Qualcuno fa una battuta. Ridono tutti. Tu ridi mezzo secondo dopo, perché l'hai capita mezzo secondo dopo. E in quel mezzo secondo ti dici: ecco, si vede.
Poi la riunione va avanti, e tu spendi metà del tuo cervello sul contenuto e l'altra metà a monitorare come stai suonando. Se il congiuntivo inglese era giusto. Se hai gesticolato troppo. Se quella cosa che hai detto era diretta o rude.
Questa è la vera fatica dell'italiano al tavolo. Non è la lingua: è il doppio processo. Loro fanno una cosa, tu ne fai due.
La tassa che nessuno ti ha chiesto di pagare
Per anni ho creduto che l'unico modo per uscirne fosse assimilarsi. Parlare più piano, gesticolare meno, smussare tutto. Diventare un professionista neutro, senza provenienza, come un aeroporto.
Ha funzionato benissimo. Sono diventata invisibile.
Perché è questo che succede quando togli tutto quello che ti distingue: non diventi uno di loro, diventi una versione sbiadita di te che non interessa a nessuno. Fai il doppio della fatica per valere la metà. E spesso, per guadagnare la metà.
Il punto che ci ho messo troppo a capire è che nessuno mi aveva chiesto di fare quella cosa lì. Me l'ero chiesta da sola, per paura.
Cosa vede davvero chi ti sta davanti
Ho fatto migliaia di colloqui dall'altra parte del tavolo, in un paese che non era il mio, selezionando persone di quaranta nazionalità diverse. Ti dico cosa registra davvero un recruiter anglosassone quando entra un candidato italiano.
L'accento: quasi niente. Se il messaggio arriva, l'accento è rumore di fondo. In un ufficio londinese medio ci sono dodici accenti. Nessuno ha il tempo di fare la classifica.
Il modo in cui costruisci un ragionamento: molto. Noi italiani tendiamo a raccontare in ordine cronologico e ad arrivare al punto alla fine, come in un tema. Il mondo anglosassone si aspetta il punto per primo e il contesto dopo. Se non lo sai, sembri confuso mentre invece sei solo strutturato in un altro modo. Questa non è una tua mancanza: è una convenzione, e le convenzioni si imparano in un pomeriggio.
La sicurezza dichiarata: moltissimo. E qui casca l'italiano medio, per un motivo culturale bellissimo e disastroso: da noi dire "l'ho fatto io" è arroganza, dire "abbiamo fatto" è educazione. In un colloquio inglese, "abbiamo" significa che non è chiaro cosa hai fatto tu. Non sei modesto, sei vago.
E il superpotere dove sarebbe
Qui la smetto con le cose che devi correggere, perché sono le meno interessanti.
Quello che nel mercato internazionale vale davvero, e che gli italiani hanno di serie senza saperlo, è la lettura della stanza.
Siamo cresciuti in una cultura ad alto contesto, dove metà della comunicazione non è nelle parole. Impariamo prestissimo a leggere il tono, la faccia, la pausa, chi si è irrigidito, chi ha detto sì con la bocca e no con le spalle. È una competenza che in molti contesti aziendali del nord Europa vale oro e scarseggia parecchio.
Poi c'è la gestione dell'imprevisto. Chi ha lavorato in Italia ha quasi sempre lavorato con processi imperfetti, risorse che non bastano e improvvisazione necessaria. Quella cosa che tu chiami "eravamo disorganizzati" all'estero si chiama problem solving in ambienti ambigui, e nelle job description la mettono in grassetto.
E c'è la relazione. Il fatto che tu costruisca rapporti veri con i colleghi, e non solo transazioni, non è poco professionale. È il motivo per cui i team che hai gestito ti seguono ancora su LinkedIn cinque anni dopo.
La differenza fra assimilarsi e tradursi
Assimilarsi vuol dire togliere. Tradursi vuol dire far arrivare la stessa cosa in un'altra grammatica.
Non serve smettere di gesticolare. Serve sapere che quando dici "abbiamo migliorato il processo" chi ti ascolta non capisce se il processo l'hai migliorato tu.
Non serve diventare freddo. Serve sapere che il tuo entusiasmo, che a Milano legge come passione, ad Amsterdam può leggere come mancanza di rigore — e che basta appoggiarlo su un numero perché legga come entrambe le cose.
Non serve perdere l'accento. Serve arrivare al punto nei primi quindici secondi.
Sono cose piccolissime. E sono la differenza fra la sensazione di stare recitando una parte e quella di essere, semplicemente, la persona interessante che sei anche in italiano.
Ho messo le cinque domande che ti verranno fatte davvero, e cosa cercano di capire, in un PDF che ti mando gratis. Se invece il colloquio ce l'hai la settimana prossima, parliamone.
Daniela Linda Vent’anni di HR fra Milano e Londra. Ora aiuto i professionisti a trovare l’azienda giusta e le aziende a trovare le persone giuste. Come sono arrivata qui →